Al cuore delle rivolte studentesche venezuelane
—Geraldina Colotti, 22.2.2014 “Il Manifesto”
Indignati?. Un'inchiesta sui giovani venezuelani. I media esaltano il ruolo dei 20enni in piazza, ma i dati dicono altro

↳ Giovani in piazza contro Maduro a Caracas
© Reuters
Secondo il racconto dominante sui media, a manifestare in Venezuela vi sarebbero migliaia di giovani tra i 15 e i 29 anni, “indignati” per l’inflazione, l’insicurezza o la presunta assenza di democrazia, interpreti del sentimento prevalente nella popolazione. Giovani che chiedono un futuro migliore animati da tutte le connotazioni positive di chi si affaccia alla vita: ribellione, generosità, voglia di libertà. A fronteggiarli, un governo demonizzato fino al grottesco.
Su dove penda la bilancia del lettore, è facile immaginare. Ma osserviamo meglio i dati reali, scrive su Publico Alejandro Fierro, membro del Centro de estudios politicos y sociales (Ceps). Se questo è lo scenario, come ha fatto il chavismo a vincere 18 elezioni su 19 a partire dal 1998 in un paese in cui il 60% della popolazione ha meno di trent’anni? Elezioni – fa notare l’analista – verificate da capi di stato di segno avverso, come il colombiano Manuel Santos (che oggi rumoreggia in appoggio al suo campo), il cileno Sebastian Pinera o il messicano Pena Nieto. Persino la delegazione del parlamento spagnolo ha considerato valida la vittoria (di misura) di Nicolas Maduro su Henrique Capriles il 14 aprile del 2013: Partito popolare incluso.
Fierro sintetizza anche i risultati di una poderosa inchiesta, la II Encuesta nacional de la Juventud: il primo studio da vent’anni a questa parte su un settore della popolazione che ha poco in comune con le generazioni precedenti, visto i cambiamenti enormi intervenuti nelle ultime decadi. Le 10.000 interviste a persone tra i 15 e i 29 anni, realizzate in tutto il Venezuela, forniscono un’immagine molto lontana da quella di una gioventù frustrata e pessimista, stanca per la mancanza di opportunità e di libertà.
Risulta invece che il 90% crede che con i suoi titoli accademici (il Venezuela è fra i paesi con il più alto numero di matricole universitarie al mondo) può aspirare «a un impiego migliore da quello che ha», un 98% dichiara che continua a studiare (gratuitamente) perché pensa che così potrà scegliere il lavoro migliore. «Paragonate questi dati con quelli della Spagna – dice l’analista – in cui esiste il 56% di disoccupazione giovanile e centinaia di migliaia di universitari si chiedono a cosa sono serviti tanti anni di studio». E che dire dell’Italia, dei costi per studiare e della fuga dei cervelli?
L’inchiesta rivela che solo il 13% degli intervistati afferma di voler andarsene dal Venezuela. Il 77% vi si trova bene e, al 60% considera che il sistema socialista è il migliore possibile, a fronte di un 21% che preferisce il capitalismo.
A chi rispondono allora i giovani delle «guarimbas» venezuelani? Alla loro classe sociale di appartenenza: media o medio alta e al ceto imprenditoriale che continua ad avere un gigantesco potere. Giovani prevalentemente di pelle bianca (il 20% in un paese caratterizzato da grande mescolanza) che provengono dai quartieri ricchi di Caracas, adagiati in un razzismo iniziato cinque secoli fa.